Scrivo da Ranelagh Avenue. Sto per passare l’ultima notte sotto lo stesso tetto col buon Eugene in questa casa che mi ha vista arrivare, cambiare lavori casuali uno dopo l’altro, partire, tornare. Progettare di ripartire alla volta dell’Italia e invece restare, indefinitamente causa lavoro- un buon lavoro.
Domani sera mi trasferisco a poche centinaia di metri da dove sono adesso. Sempre Dublino sud, sempre Ranelagh, ma in una casa in condivisione solo con Marleen, già mia coinquilina qui nella Avenue.
Non sono stata molto prolifica di pensieri sul blog ultimamente. No, questo no è il post di addio o arrivederci che dir si voglia. Lo metto in chiaro subito, casomai qualcuno di voi si sia messo in allarme dal mio improvviso ritorno e stia freneticamente scorrendo il testo con bulbi oculari tarantolati, alla ricerca della tipica battuta d’uscita per bloggers pigri che fa più o meno Per me hai significato tanto, caro il mio blog. Ma adesso è finita.
C’è una cosa che sto cercando di farmi andare bene, man mano che il tempo passa, anche se di massima non mi va bene affatto. E cioè, che nulla dura per sempre, con poche confortanti eccezioni. E che le decisioni umane appartengono decisamente a questa categoria. Quindi non chiudo bottega, né dico arrivederci. Ma lo metto nero su bianco qui, che mi farò viva solo quando avrò tempo.
Ho iniziato a lavorare sul serio, i miei pensieri trovano la via della parola scritta meno spesso di prima. Ma ci sono ancora, e mi piace sapere di avere un posto dove li posso attaccare ad una base di sughero immaginaria, con delle puntine, a penzolarmi davanti perché magicamente mi si chiariscano. Quel posto è qui, e con tutti i cambiamenti in perpetuo succedersi, le persone che entrano ed escono nella mia vita attraverso delle porte scorrevoli turbinanti, so che ho bisogno che almeno il mio mondo virtuale rimanga un pochino uguale a se stesso.
Il lavoro. Dunque, dopo una fase di colloqui piuttosto snervante, sono stata assunta a tempo indeterminato da una compagnia americana che ha aperto un ufficio a Dublino. Questa compagnia al momento controlla e gestisce il social network di cui chiunque parla, forte di duecento milioni e passa di users.
Io mi sono imbarcata in questa avventura con loro, e mi piace parecchio.
Il che a voler essere degli stupidi sentimentali è un peccato, perché contemporaneamente la homesickness ha colpito (a luglio saranno due anni che son qui). E perciò la prospettiva di stare qui indefinitamente, lontana dai miei, dagli amici e (sì sono uno stereotipo) dal mio Paese col clima mediterraneo inizia a pesare. Mai stata meteoropatica, ma ci sto diventando.
I giorni di sole vengono celebrati come e più di quanto facessi col Natale quando ero una bambina, e lo sguardo si rivolge al cielo con apprensione, quando verso sera, dopo una giornata di sole glorioso e di un cielo terso che più saturo di blu non si può, nella mente si prospettano scenari apocalittici di vendetta divina per il giorno successivo. Tanto hai goduto del sole oggi, tanto pagherai in acqua scrosciante domani.
Il Fisico (per gli aficionados del personaggio) sta quasi per mettere la parola fine alla sua tesi. E speriamo bene, perché in questi mesi a) è scomparso mentre scriveva e b) è stato di un depresso insostenibile.
Ho frequentato la scuola per il Cambridge Certificate of Advanced English e ho passato l’esame. Nel farlo, sono entrata in un giro di conoscenze barra amicizie ispano-italiche. Coi vantaggi e gli svantaggi che questo comporta.
Tra i vantaggi segnalo, con molta poca originalità, la comunanza di background culturale e il fatto che quando si va fuori a bere, prima diamo ai nostri stomaci una base di cibo solido (e con questo intendendo altro dalla schiuma della Guinness). E poi, cosa molto importante per una ormai ritardataria cronica (quando ci sono diventata? Ero così anche tempo fa? Boh) arrivare nei posti alle 11 non suscita nessuno scandalo o sguardo di riprovazione. Anzi.
Tra gli svantaggi segnalo invece il fatto che quando ti dice male con uno spagnolo, vuol dire che sei alla frutta. E che non c’è scusa circa abissali differenze di approccio all’altro sesso che reggano, visto che quelle te le sei già bruciate tutte l’anno prima quando ti aveva detto male con un irlandese.
Che comunque, vuoi non vuoi, la questione del bad timing purtroppo è una verità accertata. Ci sono relazioni la cui cifra stilistica verrà dettata dai se e i ma, e tu non ci puoi fare proprio niente.
Un po’ anche per non prendere nessuna iniziativa inutile, sono tornata a scivere qui oggi. L’alternativa sarebbe stata comporre una email sul niente, destinata a qualcuno che al momento è in Iran- dopo essere stato avvistato a Londra e a Johannesburg e solo brevemente a Dublino. Giusto il tempo per far cadere la sottoscritta nella classica trappola per topi.
Sembra una barzelletta questa e come tale andrebbe raccontata. Quindi aspetto di recuperare il mood giusto; nel frattempo, riprendo la corsa del Bianconiglio.
Ho nuovamente sconvolto i miei ritmi circadiani cadendo in un sonno massiccio tra le sette di sera e le undici e mezza, perdendo anche la rituale telefonata a casa della domenica e una proposta di caffè in città. Stremata da studio matto e disperatissimo, sì sì.
È che sto studiando per questo esame di inglese che ho tra una settimana, e come è tradizione (da che avevo sei anni e un libro delle vacanze incompiuto al 10 di settembre) io le cose le faccio all’ultimo, però poi ci dò dentro.
Lo sbattimento pre-esame, si sa, viene meglio se si è in due a vietarsi le pause a vicenda, e quindi questa domenica di un freddo che voleva nevicare mi ha vista studiare in un soggiorno ampio e luminoso di una casa dagli interni vagamente georgiani.
F. è romano e vive con M., la sua ragazza di Madrid, qui a Dublino. È ingegnere e indica la sua piccola serra casalinga quasi a scusarsi di averci il pollice verde, visto che ho appena dichiarato di non avercelo affatto.
Studiamo e inframmezziamo le lunghe riflessioni circa preposizioni e verb patterns con considerazioni sull’Italia, gli italiani a Dublino, essere interisti a Roma. E se sia peggio essere interisti a Roma o laziali a Roma. F. dice peggio la seconda.
Mentre mi offro di lavare i piatti, il minimo dopo un pranzo buonissimo e casalingo (e col pane di giù, parliamone), chiacchieriamo degli amici e dei contratti e del lavoro in Italia. F. è del partito che il lavoro ce n’è quanto ne vuoi in Italia, che non è vero che non si trova e che noi italiani al pari dei polacchi ci lamentiamo tantissimo.
Concordo con la moda del lagnarsi, a cui noi italiani siamo sempre pronti. Lamentarsi credo sia uno sport nazionale, ma fa parte anche del nostro costume, alla domanda Come stai, rispondere con una lista aggiornata dei nostri problemi gastro-intestinali. Mentre, come è noto, a queste latitudini ci si limita ad un I’m grand, anche se hai appena perso il lavoro e ti stai avviando con successo sulla via dell’alcolismo e della cirrosi epatica.
F. quindi la pensa un po’ così, ma è anche un ingegnere. Ricordiamolo. Che non tutti nascono ingegneri, purtroppo c’è chi alla nozione di intelligenza matematica collega subito Dustin Hoffman in Rain Man o Russell Crowe che scarabocchia i vetri dello studentato in A Beautiful Mind. E basta. Intelligenza matematica, boh, mai pervenuta.
Lascio che questi punti di vista che cozzano con la mia conoscenza dell’attualità del lavoro nel mio Paese lambiscano la mia mente per un secondo. Poi quando F. se ne esce che Alemanno non sta facendo tutto ‘sto gran male a Roma, tiro un sospiro di sollievo interiore e lascio che il tutto venga schedato alla voce Beneficio del dubbio, molto vicino alla nutrita voce Cazzate sentite del mio schedario mentale.
Sono le tre e dieci e sono ancora sveglia.
Sto diventando quella che non mangia per pigrizia e perché mangiare da sola non ha senso, in ‘sti giorni. Ora che sono le tre, pago l’eccentricità di qualche ora fa con dei boati dello stomaco che lèvati.
Tornando a casa dalla sessione studio mi son ricordata della peggiore battuta di abbordaggio che mi sia mai stata rivolta, che è Ti prego, dimmi che sei di Matera.
L’essermene ricordata mi ha dato venti minuti di ilarità.
Ci sono pensieri che mi rigiro tra le mani come gli opali di una collana. Uno di questi corre ad una persona in particolare, e alla sua voce profonda che mi è piaciuta da subito.
Avrei dovuto assecondare la mia pancia qualche ora come qualche anno fa. Se avessi agito così, forse ora avrei un po’ più di pace.
Sono tornata in Irlanda e trovo il solito freddo di vetro, ma intuisco dai germogli sulle piante che una parvenza di primavera deve esserci stata anche qui.
La casa, contro ogni mio pronostico, si regge ancora in piedi. Nonostante l’abbia lasciata in mano alla pigrizia di Eugene e alla noncuranza di Caitriona, occupa ancora i suoi due piani al 16 di Ranelagh Avenue.
Ad essere onesti, andandomene avevo nutrito speranze in un gesto insano del mio coinquilino di vecchia data ai danni della campagnola dell’Ovest. Si odiano a vicenda e Eugene è da sempre un dichiarato ammiratore della mafia cinematografica (teste di cavallo, macchine imbottite di tritolo, colpi di pistola alla schiena mentre ci si intorza di spaghetti al ragù di carne), e speravo che in un raptus di follia fosse ricorso come minimo ad una sfuriata, e al conseguente defenestramento della disgrazia fatta donna che un giorno, malauguratamente, decidemmo di far vivere con noi.
Invece no. Caitriona vive e sbatte porte e unge le maniglie della cucina, come prima che me ne andassi.
Invano cercai la via del dialogo con lei. Avemmo una conversazione tra donne in cui nell’inglese più politically correct che trovai, le comunicai che noi la consideravamo una zozza chiassona e che doveva cambiare i modi se voleva scampare all’ira del Pelide Eugene.
Lei ai tempi si dimostrò genuinamente interessata agli appunti che avevo da farle. In coda alla conversazione mi diede a intendere che mi considerava un pelino maniaca, dato che le avevo chiesto, come favore personale, di non pulire gli schizzi della sua zuppa sul pavimento con la spugna che gli altri usano per lavare i piatti.
Dopo quell’episodio, che sostanzialmente nulla ha cambiato nella condotta domestica del personaggio in questione, ho cassato definitivamente il dialogo come formula risolutrice di problemi e incomprensioni e ho abbracciato la via della violenza e dell’ostruzionismo manifesto.
Lezione imparata, per la prossima volta. Con lei, il mio esperimento diplomatico fallito, mi limito a scansare col braccio i dodicimila barattoli che mi precludono un accesso sereno al lavandino in bagno. E a dirottare al secondo ripiano del frigo tutto ciò che le appartiene, visto che il primo piano è mio ed è perennemente invaso da una muraglia di broccoli e burro.
Sto cercando una casa nuova in condivisione con gente normale e dove non ci sia nessuno nella stanza accanto che produca rumori come il peggior camionista di Terracina (con rispetto per i camionisti e per i terracinesi). E qui non scendo nei particolari, affidatevi pure alla vostra immaginazione e non andrete comunque lontano dal vero.